In Giappone questo si chiama sabotaggio: uno dei crimini nipponici più gravi, tanto odioso che si usa la parola francese, perché bisogna essere stranieri per concepire una bassezza simile.

Amélie Nothomb
Stupore e tremori

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Amélie Nothomb non ha bisogno di grandi presentazioni: nata a Kobe nel 1967, trascorre la sua infanzia in Giappone. Successivamente, si trasferisce in Belgio dove compie gli studi superiori. Innamorata del suo paese natale, decide di tornarci poco dopo i vent’anni, tentando di fare carriera come traduttrice all’interno di una grande azienda.

Stupore e tremori è il racconto di questo ritorno, delle aspettative disilluse e di uno sguardo amaro verso la realtà sociale giapponese.

Trama e considerazioni: l’insanabile spaccatura tra oriente e occidente

Amélie viene assunta alla Yumimoto l’8 gennaio 1990 e, a partire da quel giorno, inizia la sua mirabolante discesa verso gli inferi nipponici. Comincia redigendo lettere, preparando caffè, aggiornando i calendari e fotocopiando improbabili regolamenti golfistici e, ognuna di queste attività termina nel peggiore dei modi:    alla ragazza vengono affidati incarichi sempre più ignobili. Si arriva addirittura  a chiedere alla stranita protagonista di dimenticare il giapponese, lingua che padroneggiava da tutta la vita.  Non riesce a comprende – accecata  dall’amore per il paese del sol levante – che un’occidentale all’interno del mondo nipponico e, nello specifico, del mondo produttivo nipponico, non può permettersi nessun errore. Ma Amélie, non fa altro che commetterne, involontariamente, uno dopo l’altro.

La sua diretta responsabile, la signorina Fubuki Mori ( Fubuki in giapponese significa tempesta di neve, nome tanto poetico quanto rivelatore) donna di rara bellezza e altezza si frappone ostinatamente tra Amélie e la sua crescita professionale, rendendo la vita della giovane belga sempre più complicata, fino a quando – come un deus ex machina – appare il signor Tenshi (angelo in giapponese) che chiede alla ragazza di stilare un rapporto riguardante un nuovo burro light di una cooperativa belga. Nonostante il lavoro impeccabile, Amélie non può prendersene il merito – non certo per colpa del signor Tenshi, ma per lo strano rigore aziendale – e continua a svolgere mansioni contabili che le vengono affidate da Fubuki.

Il lavoro svolto per Tenshi viene denunciato al loro superiore e, i due, vengono duramente redarguiti, come se, invece di svolgere un lavoro eccellente, avessero commesso il peggiore dei crimini.

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Le mansioni affidate ad Amélie sono sempre più disonorevoli, ma, paradossalmente, l’avvilimento e l’umiliazione, le regalano una sorta di leggerezza mentale:

Com’era bello vivere senza orgoglio e senza intelligenza. Mi ibernavo.

La certezza di non essere all’altezza dei compiti affidati e la stanchezza accumulata, la portano a perdere il controllo di sé, fino a ritrovarsi addormentata sotto la spazzatura dell’ufficio. Ed è proprio in questo momento, che ci viene rivelato uno dei primi e inquietanti segreti nipponici:

Mi avevano in compenso trovata a dormire sotto il contenuto di una pattumiera. Forse, in un altro paese, dopo un fatto di quel genere, mi avrebbero messo alla porta. Curiosamente, tutto questo ha una sua logica: i sitemi più autoritari provocano nei paesi in cui vengono applicati, allucinanti casi di devianza – e, per la stessa ragione, indicono a una relativa tolleranza rispetto alle stranezze umane più strabilianti. […] Il Giappone è un paese che conosce il significato della parola ‘impazzire’.

L’attaccamento al lavoro e il senso del dovere portano uomini e donne giapponesi a perdere il lume della ragione e la propria dignità, umiliandosi, quanto meno agli occhi di un occidentale, nei modi più brutali.

Quando, nel corso della lettura si arriva a detestare Fubuki – che degrada la protagonista fino a farle lavare i bagni – la Nothomb regala una spiegazione illuminante sulla condizione femminile in Giappone:

Il tuo dovere è quello di sacrificarti per gli altri. Non credere però che il tuo sacrificio renderà felici coloro ai quali ti dedicherai. Servirà solo a non farli arrossire per te. Non hai nessuna possibilità di essere felice o di rendere felice.

Nessuna felicità spetta alle donne giapponesi – Fubuki compresa, che diviene, per un momento, vittima di un paese dalla mentalità contorta –  e non sembra esserci via di fuga. Una, invece, c’è, ed è tanto inquietante, quanto incredibile.

Invece ce n’é una. Una sola ma alla quale hai pienamente diritto, a meno che tu non abbia fatto la stupidaggine di convertirti al cristianesimo: hai il diritto di suicidarti. In Giappone è un atto molto onorevole. […] Se ti suicidi, sarà splendente (la tua reputazione) e sarà l’orgoglio dei tuoi parenti. Avrai un posto di riguardo nella tomba di famiglia: è la speranza più grande che un essere umano possa nutrire.

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Il contrasto tra occidente e oriente viene rimarcato più volte: nel modo di pensare e di comportarsi, nelle credenze religiose e, anche, negli estremismi. Incredibilmente, una delle cose più gravi per un giapponese è sudare.

Non c’è niente di più vergognoso del sudore. […] Tra il suicidio e la traspirazione non esitare. Versare il proprio sangue è ammirevole quanto è immondo versare il proprio sudore Se ti dai la morte, non suderai mai più e la tua angoscia sarà finita per sempre.

Un’azione tanto naturale quanto vergognosa che porta Fubuki a rinunciare a un possibile marito olandese – in Giappone sposarsi dopo i 25 anni è una vergogna per una donna e la signorina Mori ne ha già 29 – per via del sudore e del cattivo odore emanato da quest’ultimo.

In questa realtà lontana dall’universo europeo, sembra che non esista via di scampo. Il rifiuto nipponico di comprendere e accettare le diversità resta uno degli ostacoli più complessi da aggirare.

[…] lo straniero che voglia integrarsi in Giappone si fa un punto d’onore di rispettare gli usi dell’Impero. È singolare che l’inverso non si verifichi mai: i giapponesi infastiditi dalle trasgressioni degli altri al loro codice, non si scandalizzano mai delle loro deroghe alle abitudini altrui.

Un mondo statico, dunque, irrigidito da regole ferree e, a tratti, ottuse, incapace di vedere il quadro nel suo insieme e di essere flessibile in base alle esigenze del momento. Una rigidezza che si paga cara, perché:

[…] in Giappone, l’esistenza è l’azienda. […] Il Giappone è il paese in cui il numero di suicidi è più elevato, come tutti sanno. Per come vedo io le cose, mi stupisce che il suicidio non sia più frequente.

La Nothomb regala uno spaccato della realtà aziendale giapponese terribile. Un’allegoria di un paese osannato dagli stranieri che vivono lontani, al riparo della grande Europa. La cosa peggiore, come dice Amélie verso la fine del libro: “è che, nel resto del mondo, si pensa che questa gente sia privilegiata“.

Un romanzo autobiografico che mostra la parte più sommersa e oscura del mondo giapponese, supportato da una scrittura chiara e semplice che permette di leggere in un soffio il racconto della Nothomb. Niente viene lasciato inspiegato, nemmeno il titolo.

Nell’antico protocollo imperiale nipponico, si afferma che ci si rivolgerà all’Imperatore con ‘stupore e tremore’.

Un modo, ancora, per sottolineare il mondo gerarchico nipponico, fatto di persone che stanno in alto e in basso, entrambe schiacciate da un sistema inflessibile, incapaci di denigrarlo o modificarlo.

Un Giappone inflessibile sovrastrutturato e umiliante, ma, a suo modo, incolpevole e narcotizzato da una cultura millenaria inculcata senza tregua, generazione dopo generazione.

Link al libro:

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Una playlist ispirata al libro e alla musica amata da Amélie Nothomb. Buon ascolto! 🙂