William Somerset Maugham – Storie ciniche: lo sono davvero?

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«Lei ha perso coraggio, speranza, fede, rispetto. Cosa le resta, in nome di Dio?».
«La rassegnazione».
Il giovane balzò in piedi.
«Rassegnazione? È il rifugio degli sconfitti. Se la tenga la rassegnazione. Io non la voglio. Non sono disposto ad accettare il male, l’abiezione e l’ingiustizia. Non ho voglia di starmene a guardare, mentre i buoni sono puniti e i malvagi  scampano gratis. Se la vita significa calpestare la virtù, farsi beffe dell’onestà, insudiciare la bellezza, che vada al diavolo, la vita».
«Caro ragazzo, devi prendere la vita come la trovi».
«Sono stufo della vita come la trovo. Mi riempie d’orrore. La voglio come dico io o ci rinuncio». […]
«Hai mai letto che il riso è l’unico dono concesso dagli dei all’uomo che egli non ha in comune con le bestie?».
«Cosa vorrebbe dire con questo?» chiese Fred, cupo.
«Sono arrivato alla rassegnazione grazie a un solido senso del ridicolo» […] «gli dei potranno anche distruggermi, ma io rimarrò invitto». […]
«Credevo che lei fosse un cinico. Invece è un sentimentale».
«Te ne accorgi solo adesso?».

William Somerset Maugham
Acque morte (dialogo tra Fred Blake e il Dottor Saunders)

 Un presupposto sbagliato

La tendenza a procedere per stereotipi, a incasellare le cose in schemi prestabiliti, sembra essere piuttosto evidente in molti campi, nondimeno in letteratura. Catalogare, sistematizzare, mettere al proprio posto, pare creare ordine nello sterminato oceano della narrativa.Acque Morte Accade così, talvolta (forse più spesso di quanto si creda o si veda…) che a un particolare scrittore vengano attribuiti tratti (e aggettivi) specifici e immodificabili: punti cardinali da cui non si può prescindere per orientarsi all’interno della sua poetica. In alternativa (o nel medesimo tempo) si guarda alla vita privata dell’autore preso in esame per comprendere o giustificare ciò che si trova all’interno dei suoi testi.

Tuttavia, se il vissuto personale, inevitabilmente, influenza lo sguardo sul mondo è altrettanto vero che i romanzi (o le antologie di racconti) non sono necessariamente il frutto o il riflesso autobiografico dell’autore stesso. Questo assunto è fondamentale e necessario per creare con la letteratura un rapporto di scambio pulito, neutrale, dove sono il contenuto e lo stile a essere il fulcro centrale dell’analisi, senza confondere il piano della realtà con quello dell’immaginazione (a tale proposito si potrebbe aprire un capitolo a parte, analizzando come, talvolta, questi due piani possano incontrarsi o coincidere parzialmente, ma non è questo il luogo né lo scopo del presente articolo).

Il caso di Somerset Maugham

Una tale confusione è statIl velo dipintoa operata nei confronti di William Somerset Maugham, autore britannico tacciato e identificato, dai più, con attributi sferzanti stratificatisi e solidificatisi nel tempo: cinico, freddo, spietato, ai limiti del disumano. Il pessimismo, lo spirito tagliente e il piacere nel bersagliare il genere femminile parrebbero da ricercarsi nel dissidio interiore provocato da una malvissuta omosessualità e da un carattere terribile. Lungi da me, in questa sede, proporre un’analisi critica raffinata ed esaustiva dell’opera di Maugham, mi piacerebbe, quantomeno,  cercare di svincolarla – almeno un poco – dall’alone di spietata crudeltà con cui viene costantemente ritratta. Non voglio (anche perché non ne possiedo gli strumenti) psicanalizzare il Maugham uomo, ma considerare e proporre una riflessione che riguardi esclusivamente i testi  letti durante il periodo estivo, ovvero Il velo dipinto, Storie ciniche e Acque morte. I tre libri (due sono romanzi: Il velo dipinto Acque morte, l’altro una raccolta di racconti: Storie ciniche) non esauriscono nella sua totalità la poetica di Maugham, ma sono  indubbiamente dei campioni interessanti per iniziare a comprendere un po’ meglio il modo di procedere dell’autore.

Poetica e intenti

«Deve essere un mio difetto, ma i peccati altrui non mi scandalizzano – sempre che non mi riguardino personalmente»: è Maugham stesso a darci il metro di giudizio per valutare il suo lavoro. Gli errori altrui, i vizi, le perversioni, le crudeltà, non lo sfiorano fino a quando non è lui a esserne “affetto” in prima persona. Inoltre, il cinismo (che ricordo essere: un atteggiamento di ostentata indifferenza e disprezzo nei confronti di valori morali e sociali accettati dalla società in cui si vive) non è certamente il sentimento che pervade né i  racconti contenuti in Storie ciniche né gli altri due romanzi. Al contrario, si percepiscono tra le righe una grande umanità e una delicata sensibilità, sostenute dalla possibilità di un riscatto che pareva impossibile. Avviene, ad esempio, ne Il velo dipinto, dove a Kitty Garstin – traditrice e senza valori morali di alcun tipo – viene donata una via di fuga dalla stupida vanità (o forse sarebbe meglio dire vacuità) che la contraddistingue quasi sino alla fine del romanzo.

L’intento di Maugham è mostrare la realtà per ciò che è: relazioni fatue, falsità, doppiezza. Niente di sorprendente quando si osserva da vicino l’essere umano; una creatura fragile e imperfetta dove luci e ombre si susseguono ininterrottamente. E cosa c’è di tanto cinico e crudele in tutto questo? Non le storie, non i personaggi, non il loro autore. Semplicemente il lato oscuro dell’umanità. Maugham, per ciò che racconta, pare essere più verosimilmente amareggiato che spietato e, tentando di nascondere la delusione, mostra un atteggiamento sardonico, a tratti irrisorio, falsamente distaccato e sprezzante. Lui (e per lui non intendo la persona fisica, ma il narratore delle vStorie cinicheicende) ha chiaramente capito che la vita è ingiusta e, per sottolinearlo, da un lato tenta di regalare vie di fuga anche al peggiore dei suoi personaggi, dall’altro punisce in modo spietato coloro i quali si attengono a dei valori morali profondi, anche se possono averli sotterrati sotto una coltre più o meno evanescente.
È il caso, ad esempio, di Walter Fane – medico batteriologo, marito tradito di Kitty Garstin (Il velo dipinto)  e di Erik Christensen (Acque morte), danese dall’animo pulito, che seppur mostrati sotto una luce differente (il primo dimostra una crudeltà e una freddezza ai limiti dell’inquietante nei confronti della moglie fedifraga, quando in realtà è l’unico ad essere stato in grado di comprendere la situazione contingente e a portare avanti nobili valori; il secondo ha uno spirito talmente incontaminato  da non reggere alla privazione dell’ideale di un amore puro che aveva idealizzato da anni) condividono il medesimo impietoso destino.

È la vita ad essere crudele e spietata, non Maugham. Lui si limita a raccontarla, con uno stile semplice e diretto, senza fronzoli,  funzionale al suo modo di narrare. E sono gli uomini a essere privi di valori morali e a infilarsi in situazioni deplorevoli. I suoi personaggi non fanno altro che replicare gli atteggiamenti umani, come bravi attori che hanno studiato e imparato per bene la loro parte osservando attentamente la quotidiana banalità del male.

Link ai libri:

Storie cinichehttps://amzn.to/2xuOIeV
Acque mortehttps://amzn.to/2QQz0T4
Il velo dipintohttps://amzn.to/2xDcrZl

 

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Dottoranda, blogger e autrice.

Un commento

  1. Silvia 22 settembre 2018 al 7:54 - Rispondi

    Stupenda recensione! Molto più di un consiglio di lettura, grazie!

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