Molto più importante di quello che sappiamo o non sappiamo è quello che non vogliamo sapere.

Eric Hoffer

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La frase di Hoffer, riportata nella prima pagina di Fai bei sogni, riassume perfettamente il contenuto del romanzo di Gramellini. Ciò che non vogliamo sapere, se da un lato ci mette al riparo da scomode verità, dall’altro ci impedisce di vivere la nostra vita.

Massimo Gramellini giornalista e vice direttore de La stampa, pubblica questo romanzo con Longanesi nel 2012, riscuotendo grande successo di pubblico. Pur non essendo criticabile la trama – che racconta la storia del suo autore – ho trovato questo romanzo poco convincente, a tratti banale. Scritto con leggerezza e con uno stile vagamente giornalistico, possiede accenti di ironia, capaci di strappare qualche sorriso durante la lettura. Il tema, per come è stato trattato, sembra scelto per abbracciare il consenso di molti lettori, indubbiamente sensibili davanti a un argomento tanto delicato.

Trama e considerazioni: la sofferenza più grande è non essere amati più

In un flashback lunghissimo, Gramellini condensa la sua storia privata: orfano a soli nove anni, cerca di imparare a vivere nonostante la sofferenza e la mancanza di senso di appartenenza.

Divenni un lettore accanito di orfanotrofi. Senza famiglia e Oliver Twist dormivano sotto il mio cuscino, ma non mi davano alcuna consolazione. Arrivai persino a invidiarne i protagonisti. Erano disperati in mezzo ad altri disperati e la condivisione del problema faceva sì che non si sentissero dei diversi come invece mi sentivo io.

Torino. Anni Sessanta. Dopo la morte della madre, il protagonista si ritrova in un limbo di solitudine acuita dal dolore. Il padre, con cui condivide esclusivamente la passione calcistica, sconvolto dalla perdita della moglie, cerca di aiutare il figlio assumendo una tata che si rivela inadeguata e incapace di amare.

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Non essere amati è una sofferenza grande, però non la più grande. La più grande è non essere amati più.

Come sempre, a prescindere dalle circostanze, il tempo continua a fluire e il protagonista a crescere. Termina gli studi, diventa un giornalista, si sposa e divorzia, sempre attanagliato da Belfagor, rappresentazione delle sue paure più profonde: sfiducia, rifiuto, abbandono.

Il cambiamento sopraggiunge quando, Madrina – amica della madre – rivela la verità sulla morte della donna, scomparsa ormai da decenni. Proprio allora, supportato da Elisa, la nuova compagna, Massimo ha il coraggio di guardare direttamente ciò che aveva sempre saputo, ma mai accettato: l’abbandono prematuro e volontario da parte di sua madre.

Il suicidio della donna – per altro comprensibile, vista la situazione clinica in cui versava – aleggia sin dalle prime pagine: solo il protagonista sembra non rendersene conto anche a distanza di decenni dall’avvenimento. Forse è la necessità dichiarata all’inizio, tramite le parole di Hoffer, di non volere guardare la realtà per quello che è, forse un falla narrativa dovuta al coinvolgimento emotivo dell’autore nel raccontare la sua vicenda personale.

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La parte più apprezzabile, dal mio punto di vista, è il nuovo modo di guardare al padre, dopo la presa di coscienza avvenuta quanto mai tardivamente. Finalmente appare, agli occhi di questo figlio sofferente e, un poco egocentrico, un uomo fatto di sangue e sentimenti e non più il rappresentante di un ruolo – quello paterno – che, per condizione e carattere, ha fatto, forse, meno di quanto si ritenesse necessario.

Per la prima volta mi sono tuffato dentro papà. Ho sentito il suo amore per la mamma ed è stata una scossa che mi ha fatto tremare. […] Si era ritrovato peggio che solo: con un bambino accanto e un deserto dentro. […] Perché papà era rimasto. E c’è sempre più amore in chi rimane che in chi se ne va.

Un libro che parla d’amore perso e ritrovato, di dolore e speranza, ma che lascia, dopo la lettura, diverse perplessità e un senso di disturbante incompletezza.

Link al libro:

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Una playlist ispirata al libro di Gramellini. Buon ascolto!