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Ormai è il caso di dirlo, un “cazzo” oppure un “vaffanculo” non li si nega più a nessuno, e sono rimasti in pochi a scandalizzarsene. Da questo punto di vista, i segni dell’omologazione, se proprio non si vuole parlare di diffusa maleducazione, sono del tutto evidenti, e tutt’altro che encomiabili, sia chiaro.  Eppure c’è modo e modo di fare uso dei registri bassi della lingua, e forse la letteratura riesce ancora a riservarsi il diritto e, quel che più conta, la possibilità di farci delle sorprese.

Gianni Turchetta
Nei bassifondi della lingua

Non scrivo sul mio blog da molti mesi. Gli impegni che il dottorato mi ha richiesto quest’anno sono stati talmente tanto pervasivi, da non lasciarmi molto spazio per altro. Fortunatamente, sono arrivata alla fine e il tempo si è nuovamente dilatato. Tuttavia, nonostante il maggior agio nel potere ricominciare a leggere e a scrivere, ho incontrato una specie di blocco, senza riuscire a capire esattamente cosa stesse succedendo.

Sono ormai un paio di mesi che non riesco a concludere una lettura con soddisfazione e, di conseguenza, nemmeno a scrivere uno straccio di recensione o di articolo riguardante il mondo dei libri. Ma, ieri sera, proprio mentre stavo leggendo, ho avuto un’epifania.

Ero sdraiata a letto, con la faccia incollata al cuscino, pronta a rilassarmi e a godermi una bella storia: senza fretta, lasciandomi trasportare semplicemente dagli eventi della narrazione. E ci stavo anche riuscendo, senonché, all’improvviso, ecco formarsi davanti ai miei occhi un vero orrore linguistico: una trivialità incredibilmente imbarazzante. “Ma come?” ho pensato. “Veramente ha scritto questa cosa?”. (Non riporterò la frase in questione, ma se fossi interessata/o a leggerla puoi trovarla nel libro di Stephen King: 22.11.63, quando Jake Epping arriva a Derry. Sono certa che la riconoscerai.). A quel punto ho chiuso il libro e ancora non so se lo riaprirò nuovamente. Non perché la storia di King non si avvincente – credo che sia una delle più belle che abbia scritto – ma perché io, e sottolineo io, non ho più voglia di leggere certe manifestazioni linguistiche senza motivo apparente. Mi danno l’idea di essere buttate lì, tra le pagine, come un amo per lettori poco attenti che si risvegliano davanti all’uso di improperi e parolacce di cattivo gusto.

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Forse è anche a causa di questa malcelata tendenza al rigurgito linguistico che ho una specie di blocco del lettore. Davanti a una determinata terminologia mi paralizzo, non riesco a proseguire nella lettura. E mi chiedo se questa cosa capiti solamente a me. Non importa chi sia lo scrittore in questione, mi fermo e poso il libro. Si fa largo in me un senso di avversione invincibile e, per quanto mi sforzi, non riesco a riprendere la lettura. Non fraintendermi: non è la banale imprecazione o l’insulto rivolto a un personaggio che mi disturba, ma il tentativo di creare metafore o similitudini di dubbio gusto. Se la singola parolaccia può trovare la sua collocazione in un dialogo – o in un monologo – altrettanto non può dirsi per quelle immagini che dovrebbero creare l’atmosfera o la caratterizzazione di un personaggio.

Ora, giusto per chiarire: ho letto tutto Bukowski senza battere ciglio e – quanto meno all’epoca – mi è anche piaciuto, ma questa tendenza all’abuso del turpiloquio proprio non mi va giù. E come lettrice di vecchia data rivendico il diritto di chiudere un libro nel momento in cui, invece che piacere e curiosità, suscita in me fastidio e mancanza di interesse. La volgarità linguistica è stata ormai completamente sdoganata, ahimè anche nel linguaggio quotidiano. Non sarebbe rivoluzionario, o quantomeno innovativo, smettere di abusarne almeno in abito narrativo? Auspico questa inversione di tendenza e desidererei che anche un’ altra tipologia di volgarità cessasse di essere presente nelle pagine dei romanzi che scelgo di leggere: l’erotismo di bassa lega stereotipato e abusato fino allo spasimo.

Torniamo a scrivere – e a leggere – narrativa di qualità. Le belle storie non hanno bisogno di escamotage laidi per funzionare. Non mi viene in mente un solo libro appartenente alla grande letteratura classica che utilizzi tali espedienti: perché oggi sembra, invece, che quasi non se ne possa fare a meno?

Se volessi leggere il libro citato in questo articolo, puoi trovarlo qui:

22.11.63